Attacco a Magistratura Democratica sul quotidiano di proprietà dell’ex senatore

md
Pubblichiamo l’articolo di Sergio D’Angelo apparso il 28/11/2013 sul Giornale perchè riteniamo che sia molto discutibile e non condivisibile sotto tutti gli aspetti in quanto riteniamo che un dibattito su MD possa esservi solo con documenti storici autentici, traendo spunto dai numerosi libri che hanno ripercorso la vita di una delle più importanti associazioni dei magistrati togati ,che tanto ha dato in questi ultimi cinquant’anni sia con l’apporto giurisdizionale che quello sociale e di profondo rispetto dei principi costituzionali e ci riserviamo di inserire a tal proposito nel nostro sito una ricca bibliografia e documenti storici su Magistratura Democratica…
dal sito di magistratura democratica

La magistratura non è più un ordine costituzional­mente riconosciuto, ben­sì un disordine legato soltanto dalla velleitaria individuazione di quello che appare di volta in volta il nemico comune da com­battere. Magistratura democra­tica nacque nel 1964, coagulan­do ­intorno a sé magistrati generi­camente «di sinistra»o«progres­sisti »: i suoi aderenti erano parti­colarmente motivati dall’affe­r­mazione della piena autonomia ed indipendenza dell’ordine giu­diziario rispetto al potere politi­co ed alla struttura gerarchica dei giudici. Il 30 novembre 1969, tuttavia, la formazione si spac­cò: ne uscirono tutte le compo­nenti moderate, accusando la frazione di sinistra di essere tro­p­po sbilanciata a favore dei nuovi movimenti operai e studente­schi sorti nel ’ 68.L’occasione del­la rottura fu rappresentata dal «caso Tolin». Francesco Tolin era direttore del periodico Pote­re Operaio , che il 30 ottobre 69 pubblicò un articolo dal titolo Sì alla violenza operaia , che portò successivamente alla condanna del direttore a 17 mesi di carcere senza condizionale. Una parte di Md si schierò in difesa dell’arti­colo contro i reati di opinione, e successivamente criticò con to­ni molto duri la sentenza di con­danna: atteggiamenti che non fu­rono tollerati dalla parte mode­rata di quel raggruppamento, che diede successivamente vita alla corrente «Impegno Costitu­zionale ».
Questi ultimi, dunque, rimase­ro fermamente ancorati alle re­gole dello Stato di diritto, pur ri­vendicando ai giudici il potere­dovere di applicare integralmen­te i dettami della Carta Costitu­zionale, e la piena autonomia ed indipendenza dell’ordine giudi­ziario rispetto al potere politico, senza mai uscire dai canoni tra­dizionali della legge: certezza del diritto, generalità ed astrat­tezza della norma da applicare al caso concreto. Solo in Italia i movimenti eversivi di estrema si­nistra trovarono un appoggio nella più conservatrice delle cor­porazioni: la magistratura. Fu un caso? Certamente no, e in se­guito se ne spiegheranno le ra­gioni.
Alla neonata Md era necessa­rio fornire un background politi­co che le garantisse una forte connotazione di sinistra (anzi, di estrema sinistra): per questo non c’erano eccessivi problemi, in quanto la maggior parte delle teste pensanti di quel gruppo si erano formate – negli anni ’67/74-nei grandi calderoni poli­tico- ideologici che erano in quel periodo le Università, e trovava­no un forte supporto nei movi­menti antagonisti emergenti. Fu Luigi Ferrajoli, mente finissima e giurista eccellente, poi uscito dalla magistratura per abbrac­ciare la carriera accademica) il cuore pulsante dell’elaborazio­ne politica della nuova Md, che vedeva nei gruppuscoli extrapar­lamentari di sinistra i portatori del «sol dell’avvenire», i quali avrebbero inevitabilmente ab­battuto lo Stato borghese e le sue disuguaglianze di classe.
Con il documento Per una stra­tegia ­politica di Magistratura De­mocratica Ferrajoli – insieme a Senese ed Accattatis – presentò una relazione al congresso della nuova Md tenutosi a Roma il 3 di­cembre 1971, in cui la piattafor­ma politica del raggruppamen­to definiva la «giustizia borghese come giustizia di classe» e la stes­sa Md «come componente del movimento di classe»,che avreb­be dovuto far ricorso alle «con­traddizioni interne dell’ordina­mento: la giurisprudenza alter­nativa consiste nell’applicare fi­no alle loro estreme conseguen­ze i principi eversivi dell’appara­to normativo borghese ». Il giurista Tarello, nella sua re­lazione, concludeva l’interven­to in termini estremamente pre­occupati, affermando che «…questo tipo di analisi politica porta a favorire non una vera in­dipe­ndenza ma piuttosto una di­pendenza e un controllo della magistratura». Nessuno, allora e per molti anni a venire, colse appieno il pericolo (e il segnale) che poteva derivare dalle teoriz­zazioni di Ferrajoli e del gruppo toscano, e dalla critica aspra di Tarello: nessuno, tranne i mem­bri di Md più vicini al Pci e- mol­to tempo dopo – i massimi diri­genti di questo partito.
Una risposta alla strategia poli­tica messa in campo dai giudici di estrema sinistra fu data da Do­menico Pulitanò- giudice di Mi­lano notoriamente legato al­l’epoca al Pci: «La prassi dei ma­gistrati democratici si pone e vuole porsi come alternativa non già ai valori democratico­borghesi (il che rischierebbe di portarci oltre la legalità) ma alle loro deformazioni autoritarie nella giurisprudenza corrente. Si può definire un “uso alternati­vo del diritto”? Il problema è solo terminologico…L’uso alternati­vo del diritto, là dove praticabile, è per noi un problema politico prima che teorico, e la discussio­ne metodologica non deve far perdere di vista il fine politico».
Non servono parole ulteriori per chiarire quale differenza abissale di prospettive vi fosse tra l’estrema sinistra e la sinistra moderata di Md: l’uso alternati­vo del diritto, infatti, non era per nulla un «problema terminologi­co ». Intorno ad esso si giocava una scelta di campo di dimensio­ni storiche, perché, a memoria, per la prima volta una parte con­sistente ( e soprattutto ben attrez­zata culturalmente) della buro­crazia statale si schierava nella lotta di classe, sentendosene pie­namente partecipe.
Dopo di allora, la frazione filo-Pci di Md praticò una sorta di en­trismo: né aderire né sabotare, ma restare in attesa, secondo il vecchio principio leninista pas d’ennemi à gauche («Neanche un nemico a sinistra») nella sua accezione meno truculenta e sta­linista. La magistratura milane­se- dove pure la frazione di estre­ma sinistra di Md era la più forte d’Italia-si adeguò pienamente a questa tattica.”(fonte:ilgiornale.it)

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