Giustizia in crisi: ma la magistratura produce. Secondo una commissione del Consiglio d’Europa: i giudici italiani sono i più produttivi del continente

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Riproponiamo, a distanza di un anno e mezzo, un articolo apparso in rete sulla realtà della giustizia in Italia, in previsione di un incontro con il nuovo ministro della giustizia italiana sul destino della magistratura onoraria, che non può essere considerata la panacea dei mali della giustizia italiana ma che, inquadrata a livello europeo,al contrario acquisti un rilievo autonomo ed indipendente dalla stessa magistratura togata, con la quale non deve gareggiare in termini di efficienza quantitativa ma semmai solo qualitativa nella diversità delle materie e degli ambiti giurisdizionali.

“A Vienna nel settembre 2012 si è tenuta la Conferenza dei ministri della Giustizia dei Paesi del Consiglio d’Europa; in tale occasione, la Commissione Europea per l’efficacia della giustizia (CEPEJ), organo deputato a promuovere la qualità dei sistemi giuridici e valutare il servizio pubblico della giustizia, ha presentato il 4° rapporto di valutazione dei sistemi giudiziari europei.

L‘obiettivo della raccolta dati è diretta, come intuitivo, a monitorare la durata, o meglio, la durata eccessiva dei procedimenti che impedisce il godimento dei diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, secondo il più ancor diffuso pensiero liberista impedire la volatilizzazione dei ’punti di PIL’ persi a causa del cattivo funzionamento della giustizia, soprattutto civile.

Che cosa viene fuori da rapporto CEPEJ? Innanzitutto, che il numero dei giudici professionali italiani per 100.000 abitanti è pari a meno della metà della media dei paesi del Consiglio d’Europa (11 contro 21,3) e, per esempio, meno della metà di quello dei giudici tedeschi.

La domanda di giustizia civile di tipo contenzioso, ossia litigioso, è consistente: 3958 nuovi casi per 100.000 abitanti in Italia contro una media dei paesi del Consigli d’Europa di 2663.

In questo scenario può dirsi dati alla mano, che i Giudici italiani siano degli oziosi? Chi non ricorda la proposta di quel Ministro che voleva chiudere i suddetti negli Uffici Giudiziari mediante appositi tornelli “ per far lavorare di più questi fannulloni” e così di risolvere i problemi dell’arretrato civile? Invece no, i Giudici italiani hanno, secondo la Commissione Europea per l’efficienza della Giustizia, la più alta capacità di smaltimento degli affari rispetto tutti i Paesi del Consiglio d’Europa. Infatti, la c.d. clearence rate dei casi civili litigiosi è stata nel 2010 di ben 115,3 (era stata di 97,3 nel 2008). Ciò significa che il superamento della soglia del 100% garantisce che il sistema è in grado di esaurire tutta la domanda di giustizia e di intaccare l’arretrato per la percentuale eccedente la soglia. Insomma, risultati insperati.

Tutto a posto dunque? Non proprio, perché questi dati vanno messi in rapporto con le strutture organizzative e le risorse umane disponibili che sono per l’Italia, assolutamente deficitarie rispetto ai 47 Paesi esaminati. Riassumo qui i dati della catastrofe italiana come esempio dell’ingannevole paradiso della disinformazione nel quale per decenni i governi ante Monti si sono cullati e metto in rapporto esito verifica Cepej con i dati dell’arretrato del contenzioso civile.

Nel 2010- che è l’anno preso in considerazione dalla CEPEJ – il personale amministrativo del comparto giudiziario si è ridotto da 67mila a 42mila unità; nessun reclutamento da almeno 17 anni in attesa del processo telematico che non decolla per mancanza di fondi e investimenti, senza abbordare qui la questione delle carceri, con agenti di custodia in servizio che risultano meno della metà dell’organico. L’amministrazione recluta i precari: stagisti, giudici onorari in cerca di stabilità, lavoratori socialmente utili, ma si è visto bene che non basta, se persino i vincitori del concorso in magistratura espletato nel 2009 sono stati costretti ad aspettare fino all’estate del 2012 per prendere servizio perché non vi erano risorse disponibili per la loro assunzione, o, meglio, ve ne erano, ma solo per assumere 83 magistrati mentre i vincitori erano 242.

E’ dunque toccato al Ministro della Giustizia Paola Severino il compito di sollecitare il Ministro dell’economia per sbloccare i fondi legati al maggior gettito derivante dal contributo unificato (ossia il tributo richiesto per le iscrizioni di ogni nuova causa presso gli Uffici Giudiziari) nel frattempo aumentato e fonte di un’entrata per il bilancio pari a circa 55 milioni di euro. Situazione a dir poco imbarazzante se si pensa che, per effetto del parziale blocco dei concorsi attuato durante il governo Berlusconi, l’organico della Magistratura che ammonta a circa 9.000 unità presenta oggi una scopertura di non meno di 1.200 unità.

Forse, allora, varrebbe la pena di confrontare i dati (CEPEJ) sulla produttività dei magistrati italiani con i reali fattori di crisi del sistema giustizia e dei veri motivi che determinano l’arretrato delle cause civili. Mentre, infatti, i vari moloch mediatici parlano di processi lumaca e di mala giustizia, nessuno si preoccupa di rilevare il dramma dei mancati investimenti materiali e finanziari nella giustizia (anche se il trend è comune alla maggior parte dei Paesi del Consiglio d’Europa) comunque inferiori alla media.

A titolo esemplificativo, secondo la CEPEJ, il budget pubblico allocato annualmente alle corti – giudici intesi come uffici giudiziari di tutti i gradi, escluso il gratuito patrocinio ed ovviamente le procure – rapportato in percentuale al Pil pro capite fu nel 2010 di 0,20 contro una media nei Paesi del Consiglio di Europa dello 0,24.

Era stato, dunque, buon profeta il Primo Presidente della Corte di Cassazione Ernesto Lupo nel pronunciare all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario (gennaio 2012) le testuali parole: “I magistrati italiani, dunque, lavorano schiacciati dalla montagna di quasi 9 milioni di cause arretrate (5.5 milioni di cause civile, 3,4 milioni di cause penali) ciò che rischia di costituire un disincentivo psicologico all’impegno e alla fatica, come accade quando si è in un duro percorso di montagna di cui non s’intravvede la fine. E tuttavia, nonostante quella montagna di arretrato sia diventata sempre più pesante e impervia, i magistrati italiani continuano a detenere primati di produttività tra i loro colleghi europei”.

Mentre il Vicepresidente del CSM Michele Vietti, ben prima del rapporto CEPEJ a proposito dell’impegno dei magistrati italiani pubblicava nel gennaio 2012 il suo libro, ’La fatica dei giusti. Come la giustizia può funzionare’ descrivendo la Giustizia non come terreno di scontro, ma soprattutto come servizio e quindi responsabilità di tutti, Governo compreso.

Altre anomalie che possano giustificare un numero così impressionante di procedimenti? Secondo le più recenti ricerche la quantità di avvocati non aiuta la deflazione: sono quasi 240.000, il maggior numero per abitanti in Europa di cui 50.000 abilitati all’esercizio dinanzi alle giurisdizioni superiori.

Un esempio per tutti: soltanto gli avvocati di Rieti iscritti all’albo delle giurisdizioni superiori sono 125 ossia superano il numero di 103 avvocati ammessi al patrocinio dinanzi alla Cour de Cassation e al Conseil d’État francesi. Insomma un’inefficienza cronica che fa dell’Amministrazione della giustizia una specie di ammortizzatore sociale per professionalità irrisolte, nel migliore dei casi. L’Avvocatura fa oggi ammenda, almeno nel settore civile, appoggiando una riforma professionale che rende più restrittivo l’accesso alla professione ed è disposta a presidiare il sistema insieme alla Magistratura.

La risposta del Parlamento è consistita, invece, in questi ultimi venti anni in un susseguirsi ansiogeno e impotente di attacchi di bulimia legislativa riconoscibili in iniziative intempestive e spesso disorganiche perché attuate con leggi-manifesto e a costo zero destinate, perciò, a cocenti disillusioni. Una fra tutte: l’introduzione del c.d. rito societario entrato in vigore nel 2003 e sonoramente sconfessato da quello stesso mercato il cui contenzioso voleva velocizzare fino all’abolizione della riforma tra il 2009 e il 2010.

Senza dire del vorticoso reiterarsi di riforme processuali a macchia di leopardo: se ne contano almeno 14 solo di procedura civile in 21 anni, operazioni di maquillage del processo che icasticamente un famoso avvocato ha etichettato come ’belletto su un cadavere’.

Se ne deve concludere che la crisi del sistema giudiziario è solo un enorme problema di risorse e di organizzazione (circoscrizioni, dimensione uffici, strutture, riqualificazione e formazione del personale, magistratura onoraria, ufficio del processo, diffusione informatizzazione, deficit di cultura conciliativa) oltre che di norme di cattiva fattura, caotiche ed incoerenti, tempi burocratici ingestibili per mancanza di personale e mancanza d’innovazioni e di investimenti che comportano deficit di prevedibilità della decisione rigidità di risposta e arretratezza delle strutture.

Tale è il motivo per il quale, nonostante l’impegno indefesso dei magistrati italiani ut supra la media di una causa civile è di 1.200 giorni. Se, infine, come autorevolmente osservato, questo quadro s’inserisce come un tassello nelle carenze endemiche della nostra economia quali: i ritardi del Fisco nel rimborsare i crediti d’imposta, poca disponibilità del credito a supportare progetti d’innovazione, stagnazione di attività d’impresa, ne deve dedurre che il ritardo nella risposta della giustizia rappresenta una sola delle tante concause di mancata crescita del Paese. Altro che tornelli! (fonte:www.lindro.it)

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