Papua Nuova Guinea:un centro detentivo per richiedenti asilo gestito da privati

migranti italiani nel 1906
“Sono persone che, esponendosi ad estorsioni e soprusi, attraversano paesi ostili verso i rifugiati come Thailandia, Malesia e Indonesia, per sbarcare in Australia: il mare che la divide dall’Asia sud-orientale è una delle tre “frontiere” d’ingresso nel “mondo ricco”, come il Mediterraneo e il confine tra Usa e Messico. Negli ultimi 6 anni, oltre 50.000 rifugiati abbiano tentato questo viaggio

Sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, sorge un centro detentivo gestito da una compagnia privata e fatto costruire dall’Australia nel 2012. Gli “ospiti” sono profughi asiatici e africani che, nel 90% dei casi, potrebbero chiedere lo status di rifugiati. A marzo, erano 1.296, tutti uomini: la maggioranza dall’Iran (553), hazara dall’Afghanistan (134), dal Pakistan (104), dall’Iraq (94), dal Sudan (90), e poi dalla Somalia, dal Bangladesh, dal Myanmar, dal Libano, dallo Sri Lanka e dalla Siria. Sono stati segnalati anche alcuni minorenni, ma normalmente donne e bambini sono tenuti in un altro centro, nell’isola-Stato di Nauru, la più piccola Repubblica del mondo (21 km quadrati), in un’altra parte remota del Pacifico.

Un migliaio di morti durante la fuga. Si tratta di persone che, esponendosi al rischio di estorsioni e soprusi, attraversano paesi particolarmente ostili verso i rifugiati come Thailandia, Malesia e Indonesia, per sbarcare in Australia: il mare che la divide dall’Asia sud-orientale è, infatti, una delle tre “frontiere” di ingresso nel “mondo ricco”, come il Mediterraneo e il confine tra Usa e Messico. Si stima, che negli ultimi sei anni, oltre 50.000 rifugiati abbiano tentato questo viaggio e che almeno mille di loro abbiano perso la vita. A seconda del tragitto, il costo può arrivare fino a 15mila dollari: Ayaan, per viaggiare dalla Somalia all’Indonesia su un aereo con un passaporto falso e su una barca per l’ultimo tratto, ha pagato 8mila dollari.

Il debole governo della Nuova Guinea. Tuttavia, dall’agosto 2013, l’Australia, dove dal 1992 è in vigore la detenzione obbligatoria per tutti i “non-cittadini illegali”, ha firmato un accordo con il debole Governo della Papua Nuova Guinea: in cambio di aiuti economici per le infrastrutture, l’accoglienza dei rifugiati che entrano illegalmente in Australia è affidata a Papua, che deve esaminare la loro situazione e decidere se rimpatriarli o eventualmente inserirli nel locale programma di assistenza per chi ha ottenuto l’asilo politico, ad oggi praticamente inesistente. In base a quest’accordo, non appena i migranti sbarcano all’isola Christmas, il primo approdo in territorio australiano (a 360 chilometri dall’indonesiana Giava e a più di 2000 dalle coste australiane), sono trasferiti in aereo al centro di detenzione di Manus. Pervez, 17 anni, racconta: “Arrivato, mi hanno detto che mi avrebbero portato a Papua. Io ho detto che ero venuto per chiedere asilo, perché in Pakistan la mia vita era in pericolo. La situazione era molto dura là, ma anche qui la mia vita è ora in pericolo”.

I richiedenti asilo da due anni senza risposte. Il centro di Manus è circondato da barriere metalliche e sorvegliato da personale di un’agenzia di sicurezza pagata dal governo australiano. Dalla fine 2012 ad oggi, non sono state prese decisioni riguardo alle poche domande di asilo presentate; l’incertezza sul futuro, l’assenza di informazioni, le procedure lunghissime, le condizioni di detenzione, causano rabbia e frustrazione: ad una delegazione di Amnesty International, il personale medico ha riferito che oltre il 30% dei detenuti ha problemi di salute mentale. In particolare, il 16 e 17 febbraio, ci sono stati degli scontri tra i rifugiati e le guardie del centro: un giovane iraniano, Reza Barati, è stato ucciso e più di 60 persone sono rimaste ferite, alcune in maniera grave. È ora in corso un’inchiesta per stabilire se ci sia stata una violazione dei diritti umani.

Il deciso parere contrario delle Chiese di Papua. Nel frattempo, il Consiglio delle Chiese di Papua ha preso una forte posizione contro la decisione australiana di “esternalizzare” la gestione dei rifugiati, sottolineando come a Nauru siano detenuti anche i bambini. Padre Victor Roche, Segretario della Conferenza episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, ha visitato il centro di Manus a marzo e spiega: “I migranti hanno denunciato le dure condizioni del campo: uno ha parlato di pane con i vermi, altri di stanze minuscole e senza privacy, della mancanza di libertà. Alcuni hanno paura del personale di sicurezza del campo; i bagni e le latrine vengono puliti sono quando si attendono dei funzionari in visita. Insomma, sono trattati male solo per scoraggiare altre persone dal navigare verso le coste australiane. Ma in questo processo vengono umiliati oltre ogni limite”.

112 uomini sotto un tetto li lamiera. Conferme arrivano anche dall’Unhcr, Agenzia dell’Onu per i rifugiati, che nel 2013 chiedeva maggior attenzione “per la salute, la privacy, l’igiene e l’accesso ai servizi medici”. In un dettagliato Rapporto di Amnesty International del novembre scorso, si sottolinea invece il sovraffollamento dei tre settori del centro, che non proteggono dal caldo asfissiante, dai rovesci di pioggia e dall’umidità. Nel settore Oscar, l’acqua potabile viene fornita per un decimo della quantità necessaria, mentre nel dormitorio P del settore Foxtrot, costruito durante la Seconda guerra mondiale e dove ora sono ammassati 112 uomini, il tetto è di lamiera ondulata, non ci sono finestre e l’aria è mossa da due mini-ventilatori.

Casi di violenza sessuale. Sono stati denunciati casi di violenza sessuale tra i detenuti e Amnesty segnala anche la scarsità di indumenti, il mancato aiuto ad un detenuto disabile e a malati di asma, diabete, epilessia, gastroenterite. Si legge in una testimonianza del Rapporto: “È molto caldo di notte, l’odore è intenso, perché sudiamo profondamente e puzzano i nostri vestiti, le lenzuola, i materassi”. Ma, soprattutto, aggiunge un iracheno di 43 anni: “Ho vissuto in una zona di guerra, tra bombe e attentati, ma non ho mai provato qualcosa del genere. Se fossi morto annegato nell’oceano, sarebbe stato meglio. Vorrei sapere quale sarà il mio destino, così da poter almeno dormire la notte”di STEFANO PASTA(fonte:repubblica.it)

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