Comunicato dell’ANM contro l’ articolo de Il Giornale offensivo di magistrati e di Associazioni di magistrati

ilGiornale
Nel pubblicare il comunicato dell’Associazione Nazionale magistrati sulle note vicende della “sentenza Mediaset “esprime anche l’ Unità Democratica Giudici di Pace massima solidarietà ai magistrati oggetto di intollerabili critiche personali e diffamatorie nonchè all’associazionismo degli stessi ,in quanto ravvede un unico obiettivo di delegittimare il potere dello stato scomodo come quello della giurisdizione che si frappone ,talvolta,a disegni che esulano dalla democratica partecipazione all’amministrazione della cosa pubblica statuita dalla Costituzione.
Diego Loveri -Presidente di UDgdp

“L’Anm denuncia la sistematica pubblicazione su alcuni quotidiani nazionali di articoli che, nel commentare l’esito della “sentenza Mediaset”, contengono in realtà gravi offese anche personali rivolte a singoli magistrati o a intere componenti della magistratura associata. In tale contesto si pone l’articolo apparso oggi su “Il Giornale” che, nella pretesa di riassumere in poche righe “la vera storia di Magistratura Democratica”, fornisce una ricostruzione grossolana ed infondata delle storie personali e collettive, dei valori e della tradizione che hanno fondato e ispirato uno dei gruppi storici che si riconoscono nell’Associazione nazionale magistrati.
>> L’Anm, nel respingere duramente attacchi che nulla hanno a che fare con il legittimo esercizio del diritto di critica alle decisioni dei giudici e che costituiscono solo offese alla giurisdizione, evidenzia come gli stessi siano diretti a delegittimare il lavoro di tutti i magistrati, nel chiaro tentativo di inficiare l’esito di un giudizio concluso con una sentenza definitiva emessa al termine di un procedimento svoltosi nel pieno rispetto delle regole processuali e delle garanzie della difesa.
>> E’ il momento di far cessare inutili e sterili polemiche, per garantire serenità alla giurisdizione.
>>
>> Rodolfo Maria Sabelli Presidente
>> Valerio Savio Vice Presidente
>> Maurizio Carbone Segretario Generale
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“Ecco la vera storia di «Md»: i giudici rossi che fanno politica
Così Magistratura democratica ha acquisito potere e condizionato le scelte dei partiti La regola sin dall’inizio: le toghe devono schierarsi e cercare il consenso della piazza

Sono di sinistra e hanno accompagnato la storia della sinistra italiana. I giudici di Magistratura democratica sono diventati anche uno dei più famosi brand d’Italia da quando il Cavaliere ha dichiarato loro guerra. Forse, ingenuamente, qualche anima bella penserà che chiamarle toghe rosse sia una forzatura del nostro bipolarismo muscolare, ma non è così.

Cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario al palazzo della Cassazione
O meglio, la storia di questa costola del potere giudiziario è un riassunto delle ideologie, degli ideali, delle ubriacature, dei condizionamenti e delle illusioni che hanno animato il versante della magistratura che da sempre ha coltivato ambizioni progressiste.

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Risultato: in un sistema malato, in cui le toghe sono divise in correnti e le correnti compongono una sorta di parlamento parallelo, Md è uno degli attori del sistema politico italiano. Inutile scandalizzarsi: in Italia, come ha spiegato a suo tempo Antonio Ingroia al Giornale, «la magistratura si concepisce per metà come corporazione per metà come contropotere». Ecco, Md è o dovrebbe essere, perché poi spesso è diventata il suo esatto contrario, il contropotere che si oppone alla presunta casta, coglie le sensibilità più profonde del Paese, cattura le esigenze e le istanze sociali più avanzate, capovolgendo gli equilibri reali dentro le istituzioni.

Si può essere d’accordo o no, ma questo è un po’ il senso dei tanti manifesti e proclami e documenti elaborati in questi lunghi anni dalle teste d’uovo della corrente. Citiamo, per esempio, Livio Pepino con il suo articolo Appunti per la storia di Magistratura democratica. Scrive il magistrato: «Che Magistratura democratica sia stata (sia) la sinistra della magistratura è noto e da sempre rivendicato». Questo l’incipit che toglie ogni ambiguità e fraintendimento. Certo, questo non vuol dire che i magistrati siano pedine del sistema dei partiti, dal Pci e dai suoi eredi a Rifondazione, ma indica comunque una precisa collocazione. Ma Pepino va ben oltre, verso la militanza attiva: «La rottura con il passato è radicale e gravida di conseguenze: ad una magistratura longa manus del governo, si addice, infatti, un modello di giudice burocrate e neutrale, mentre ad una magistratura radicata nella società più che nell’istituzione deve corrispondere un giudice consapevole della propria autonomia, attento alle dinamiche sociali e di esse partecipe». Eccolo qui il magistrato che si afferma come contropotere: questo giudice fugge dal Palazzo, inteso come luogo di conservazione e di stagnazione, e si mette in testa al popolo, ne guida le battaglie, lo conduce verso la liberazione, come nel celebre dipinto di Pellizza da Volpedo Il Quarto Stato. Si dirà che si tratta di suggestioni ma non è non è così. E Pepino, in quel testo, lo spiega fin troppo bene: «Il dogma dell’apoliticità si rovescia nel suo contrario». La magistratura fa politica. Appunto. Md fa politica, da sinistra. Anche se fuori dal parlamento e senza tessere.

È tutto scritto e declamato nei sacri testi. Nei comizi. Nei convegni. Nelle controinaugurazioni dell’anno giudiziario. Nei pugni alzati, come al funerale di Ottorino Pesce, anima della sezione romana di Md, morto nel gennaio ’70. È quasi cinquant’anni ormai che Md cerca la sua bussola nel grande arcipelago della sinistra. Talvolta soffrendo di collateralismo, talvolta cercando di dettare la linea al Pci-Pds e alle altre sigle della sinistra, oppure ancora spaccandosi al suo interno fra ortodossi e movimentisti e fra garantisti e giustizialisti. Se un giudice, per stare ancora a Pepino, fa a pezzi il modello basato sulla neutralità, sceglie «l’opzione di sinistra», testuale, «fa la sua scelta di campo», afferma il suo «sentirsi dalla parte dei soggetti sottoprotetti», fin dove si può spingere? Siamo su un piano inclinato su cui, sin dall’atto di fondazione del 27 luglio 1964, e poi attraverso la virata del 30 novembre 1969, si sono esercitate almeno due generazioni di toghe, con risultati che è difficile riassumere. Ma certo si tratta di alcuni dei nomi più noti della magistratura italiana: da Gian Carlo Caselli a Gerardo D’Ambrosio e a Gherardo Colombo, per rimanere fra Palermo e Milano, fra i processi alla cupola, ad Andreotti e a Dell’Utri e l’epopea di Mani pulite. E poi Livio Pepino, Vittorio Borraccetti, Elena Paciotti, Giuseppe Palombarini, autore del fondamentale Giudici a sinistra. Ma l’elenco è chilometrico. E molti i tornanti, le curve, le risse, le divisioni e le ricomposizioni, le diverse sottolineature.

Qualcuno, brutalmente, ritiene che la parabola di Md sia quella di un movimento che porta aria fresca nelle ovattate stanze degli ermellini, rompe tabù, distrugge un vecchio e logoro apparato di relazioni elitarie, poi piano piano, di emergenza in emergenza, fra il terrorismo e tangentopoli, si appiattisce sulle posizioni giustizialiste. Quelli di Md, con dietro tutti gli altri, un tempo ribattezzati per la loro furia culturale gli iconoclasti, diventano i picconatori della Prima repubblica e poi del berlusconismo consegnando i santuari del potere ai postcomunisti. E così la sinistra vince in Italia passando per la scorciatoia della via giudiziaria, ma dopo essere stata sconfitta proprio sul piano delle idee, delle ideologie e degli ideali naufragati fra le macerie del Muro di Berlino. È la storia drammatica che Francesco Misiani racconta nel suo bellissimo La toga rossa. Una lunga cavalcata nelle contraddizioni dei magistrati rossi: dall’epoca dei processi popolari, cui il giovane e compiaciuto Misiani assiste in Cina, all’ubriacatura da manette ai tempi di Tangentopoli quando le tentazione di abbattere un sistema marcio entra a piedi uniti anche nelle aule di giustizia.
(1.continua)”(fonte:ilgiornale.it)

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