
“Il prezzo della libertà negata dentro un Cie
Lo scorso 15 marzo è stata depositata al Tribunale civile di Roma la sentenza che motiva il risarcimento danni dovuto dal ministero dell’Interno a un signore straniero, trattenuto «illegittimamente» nel Centro identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.
Questi i fatti: dopo il rigetto della domanda di asilo, nel 2007, era stato notificato al signore in questione il decreto di espulsione e, contestualmente, un decreto di accompagnamento alla frontiera. Quest’ultimo passaggio però non è stato convalidato e, perciò, è stato predisposto dalla Questura competente il trattenimento del signore presso il Cie, prorogato di ulteriori trenta giorni affinché avvenisse l’identificazione. Contro tale decisione, presa dal Giudice senza la presenza delle parti, l’uomo ha presentato ricorso per «violazione del diritto di difesa», a cui un anno dopo ha dato ragione la Cassazione: la proroga del trattenimento veniva così annullata. Il signore, però, a quel punto volle andare oltre e nel 2011, seguito dall’avvocato Alessandro Ferrara, chiese al ministero dell’Interno di essere risarcito del «danno patrimoniale e non» derivatogli da quella proroga.
Il ministero dell’Interno rispose che quei trenta giorni erano leciti dal momento che si trattava di una persona a cui lo status di rifugiato e, più in generale, il diritto d’asilo, erano stati negati. Questa motivazione, però, non è bastata al Tribunale civile di Roma per cui il trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione è una misura che incide sulla libertà personale «alla stregua della detenzione» e, dunque, «esige tutte le garanzie processuali e sostanziali previste per quest’ultima». Si evidenzia, inoltre, come «la restrizione, sia pure avente le caratteristiche di un centro di accoglienza, configura lesione di diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione».
E con sentenza numero 5764 del 2013 è stato riconosciuto «il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale (…)» quantificato per analogia a quello «per ingiusta detenzione». Esso prevede che per ogni giorno di «ingiustificata privazione della libertà» siano corrisposti alla persona 235,82 euro. Si dice sempre che «la libertà non ha prezzo», e in questo caso il costo per una giustizia ingiusta non è particolarmente oneroso ma si tratta di un precedente che non sarà facile d’ora in poi ignorare. Si noti anche che la sentenza ha superato, come dire, d’un balzo, tutte le distinzioni tra detenzione carceraria e trattenimento, assimilando – e come poteva fare altrimenti? – la permanenza in cella a quella nel Cie, privilegiando come fattore dirimente, al di là della forma, la sostanza della privazione della libertà e di ciò che comporta in termini di attentato alla dignità e alla salute in uno o nell’altro dei due istituti. Non più ospiti dunque, come recita il capitolato del ministero in riferimento ai trattenuti nei Cie, ma detenuti. A tutti gli effetti.”(fonte:italiarazzismo.it)



