Crisi economica e immigrazione: Grecia e Italia sotto accusa

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Pubblichiamo un interessante articolo sull’attuale situazione in Europa in materia di immigrazione in quanto riteniamo importante ogni contributo sull’analisi del periodo storico che stiamo vivendo soprattutto in difesa dei diritti che ,per quanto riguarda l’Italia,necessitano di una seria rivisitazione normativa, viste le recenti sentenze della CEDU e della Corte di Giustizia Europea che l’hanno condannata e che si apprestano a risanzionarla nel prossimo futuro.

“La crisi in Europa non è solo economica. È ormai sempre più evidente come dilaghi nel vecchio continente anche una crisi dei diritti.

A farne le spese sono soprattutto i migranti e richiedenti asilo, che in fuga dai loro paesi finiscono col trovare una cortina di ferro, ostacoli su ostacoli.

Razzismo che avanza a suon di erronei luoghi comuni, episodi di xenofobia, ma soprattutto governi sulle difensive, politiche sempre più restrittive, non curanti delle convenzioni e delle norme a tutela dei diritti umani.

Ad essere sotto attacco di ONG e organismi internazionali, sono per lo più due paesi tra i più colpiti dalla terza crisi del capitalismo, ma che costituiscono soprattutto i principali corridoi d’accesso in Europa: la Grecia e l’Italia.

Risale a qualche giorno fa l’ennesimo rapporto di Amnesty International: “Grecia: fine della corsa per rifugiati, richiedenti asilo e migranti”, pubblicato a seguito degli ultimi episodi di violenza perpetrati da esponenti del partito neonazista Alba dorata – ormai terza forza politica greca – ma anche delle ennesime denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati nel paese.

Non sono di certo una novità le violazioni di Atene in materia di asilo. Già da qualche tempo l’UNHCR, la stessa Amnesty e anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno chiesto la sospensione dei trasferimenti in Grecia, in virtù del regolamento Dublino – secondo il quale il paese competente all’esame di una domanda di asilo è quello di primo contatto – a causa delle condizioni di vita a cui sono costretti i richiedenti asilo nel paese.

Nonostante, infatti, l’istituzione nel 2011 di un’agenzia allo scopo di valutare le richieste di protezione internazionale, nessun caso è stato esaminato dalla stessa, a causa della carenza di personale. Inoltre, alla direzione di polizia per gli stranieri ad Atene solo una ventina di persone riescono a registrare la loro domanda nell’unico giorno settimanale di apertura. Coloro i quali rinunciano, o non riescono in quest’operazione, vivono nel rischio e nel timore di essere arrestati e trattenuti in strutture detentive sovraffollate e in condizioni igieniche deplorevoli, per un anno o più, dove minori non accompagnati sono detenuti insieme agli adulti.

La Grecia ha, inoltre, uno dei tassi di accoglimento delle richieste d’asilo più bassi d’Europa (meno dell’1%).

Nel corso dell’ultimo anno si è registrato anche un marcato aumento di aggressioni di stampo razzista, che restano impunite, nonostante l’introduzione nel codice penale greco dell’aggravante razzista nel 2008. Secondo il rapporto “Hate on the streets Xenophobic violence in Greece” di Human Rights Watch, la polizia ha spesso ostacolato la procedura per la presentazione delle denunce, anche attraverso la richiesta di un pagamento di 100 euro, misura introdotta nel 2010 per scoraggiare le denunce infondate, ma che non dovrebbe essere applicato ai casi di violenza razziale.

“Il fallimento della Grecia nel rispettare i diritti di migranti e richiedenti asilo sta assumendo le proporzioni di una crisi umanitaria. Sullo sfondo di una prolungata pressione migratoria, di una profonda crisi economica e di un sentimento xenofobo crescente, la Grecia si sta dimostrando incapace di soddisfare persino i più elementari bisogni di sicurezza e riparo delle migliaia di richiedenti asilo e migranti che giungono ogni anno”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Non molto diversa la situazione nel nostro paese.

Si è diffusa negli anni in Italia la convinzione che i centri di detenzione amministrativa costituissero un efficace strumento di contrasto della clandestinità.

Istituiti nel 1998, i centri d’identificazione ed espulsione “accolgono” gli stranieri sprovvisti di permesso regolare di soggiorno in attesa del rimpatrio, configurandosi come luoghi di detenzione, in quanto i cittadini ivi presenti sono sottoposti a un regime di coercizione che impedisce, tra l’altro, di ricevere visite o di far valere il loro diritto alla difesa. Accanto ai CIE, nel 2008 sono stati istituiti i CARA, centri di accoglienza richiedenti asilo.

Nel 2008 è stata introdotta, inoltre, l’aggravante della clandestinità e nel 2009, il pacchetto sicurezza, ha istituito il reato d’ingresso e soggiorno illegale.

La primavera araba ha portato a un aumento dei flussi migratori e in risposta a questo fenomeno eccezionale, il governo italiano ha perseguito una politica controversa. Nel febbraio 2011, l’allora ministro degli interni Maroni ha dichiarato lo stato d’emergenza e Lampedusa “porto insicuro”. In attuazione della direttiva rimpatri, il termine della detenzione è stato protratto fino a 18 mesi e il governo ha disposto una sorta di censura, tagliando fuori i giornalisti dai CIE. Solo grazie al forte attivismo, attraverso la campagna “LasciateCIEntrare”, di recente è stato reso possibile, ad alcune condizioni, l’accesso della stampa.

Detenzione e respingimenti sono stati e sono, dunque, al centro della politica d’immigrazione, ma anche oggetto di importanti condanne internazionali e sentenze- nel 2011 la sentenza El Dridi della Corte di Giustizia dell’Unione europea, sul sistema di detenzione amministrativa italiano, nel 2012 il caso Hirsi dinanzi la Corte europea dei diritti umani, circa i respingimenti verso la Libia, nonché il caso ancora pendente Sharifi, per i respingimenti collettivi dai porti di Venezia, Ancona e Bari verso la Grecia.

Al termine di una missione in Italia, il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti, ha rivolto un duro ammonimento al governo. “L’immigrazione irregolare non è un crimine, non è un reato contro le persone, non è un reato contro il patrimonio e non è un reato contro la sicurezza pubblica, è solo l’attraversamento di una frontiera”.

Oggetto di accusa resta, dunque, il sistema di detenzione e accoglienza istituito dal governo italiano.

In tante le associazioni e le ONG che denunciano le condizioni disdicevoli in cui versano gli stranieri tanto nei CARA, strutture che non hanno nulla a che vedere con quanto presupporrebbe il termine accoglienza, tanto nei CIE.

Ma in Italia non accade solo questo.

Secondo i dati dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) sono in aumento gli episodi di intolleranza e in alcuni quartieri periferici urbani si assiste ad una vera e propria separazione tra cittadini stranieri e italiani.

La Grecia e l’Italia sono l’esempio del fallimento delle norme dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo, del tentativo di uniformare i sistemi nazionali assicurando degli standard rispettosi dei diritti umani fondamentali, su cui l’Unione stessa si fonda e di cui si fa promotrice.

I centri in cui vengono ammassati immigrati clandestini in attesa del rimpatrio, ma anche i richiedenti asilo, non sono strutture adeguate. Sbarre, sistemi di controllo opprimenti, condizioni igienico-sanitarie pessime, pochi o nessun contatto con l’esterno, nessuna attività di socializzazione, nessun diritto alla difesa.

Si moltiplicano così i casi di rivolte, dall’allora CIET di S. Maria Capua Vetere, chiuso in seguito a una notte di fuoco, ma rifinanziato dal governo Monti, al CARA di Mineo, fino al centro di detenzione di Komotini, nel nordovest della Grecia.

Persone in rivolta, rinchiuse in realtà diverse rispetto a quelle che cercavano e speravano di trovare, affrontando un viaggio che dal 1998 è costato la vita ad almeno 18.673 persone.

Sebbene l’onere a carico di questi due paesi, e dell’intera Unione, sia davvero gravoso, anche a fronte della crisi economica ancora in atto, non vi sono giustificazioni a quanto si lascia accadere.

In un’Europa ormai con gli occhi sempre rivolti allo spread, agende occupate da debiti pubblici ed eurobond, si fa presto ad accantonare anche il ritiro di un Premio Nobel alla Pace. In un’Europa in cui si finisce in cassa integrazione o non si trova lavoro, si fa presto a dimenticare di esser stati anche noi migranti.” (Fonte:levanteonline.net)

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