
Con la pubblicazione dell’articolo apparso in rete intendiamo aprire un dibattito sull’organizzazione giudiziaria ,le competenze del personale di cancelleria e dei giudici di pace ,in quanto ci risultano situazioni diffuse di malcontento dovuto alla carenza di personale di cancelleria(vedi Bologna,Roma,ecc.) ed a diverse soluzioni per fronteggiare il problema che riteniamo piuttosto grave nella situazione già precaria degli uffici dei giudici di pace…
“Il boicottaggio dei sindacati a scapito dell’attività dei giudici di pace
nel bel mezzo di una udienza penale, il cancelliere si alza e se ne va.
E’ accaduto nell’Ufficio del Giudice di Pace di Bologna, durante le udienze del mercoledì destinate ai reati in materia d’immigrazione clandestina.
L’ultimo fascicolo chiamato riguardava una causa per lesioni gravissime, si doveva assegnare l’incarico al perito medico legale per la valutazione dell’entità del danno. Il cancelliere, aderendo ad una ottusa pretesa sindacale, si è alzato ed ha lasciato l’aula.
Incurante che un tale comportamento comportasse l’interruzione di un pubblico servizio e, quindi, commettendo, a tutti gli effetti, un reato.
Il P. A. dr. Giovannini ha immediatamente chiesto una dettagliata relazione sui fatti, e stamani si è recato negli uffici del giudice di pace per rendersi personalmente conto della situazione.
Ma questo non è che l’ultimo di una interminata serie di episodi che vede il personale di cancelleria assumere atteggiamenti incompatibili con il buon funzionamento dell’Ufficio.
Se è vero che, negli anni, il personale di cancelleria che a vario titolo ha cessato l’attività non è mai stato sostituito, e che sia la Corte d’Appello, che il Tribunale, attingono abbondantemente e molti cancellieri sono forzatamente distaccati per periodi molto lunghi, o in via definitiva, nei loro uffici, è altrettanto vero che l’atteggiamento diffuso è di malcelata insofferenza nei confronti del lavoro tout court.
Allo stato, residuano oltre 13.000 sentenze da pubblicare, e non si comprende come una tale attività sia sempre stata considerata “residuale” ed “eventuale” in un ufficio giudiziario.
“Il pesce puzza dalla testa”, sentenzia un attempato avvocato che transita frettoloso per il corridoio: “negli ultimi 15 anni l’Ufficio ha avuto dirigenti inadeguate (anche se ciò non ha loro impedito di fare brillanti, quanto incomprensibili carriere), preoccupate di nascondere le inefficienze, coprire i ritardi, contraffare dati e statistiche”.
Vi sono stati diversi procedimenti disciplinari a carico dei giudici di pace per asseriti ritardi nel deposito delle sentenze, ma quando è emerso che le date dei depositi erano state “corrette”, e non di qualche mese, ma di diversi anni, per nascondere gli abnormi ritardi delle loro pubblicazioni, la cosa si è sgonfiata ed ha perso interesse, e tutto è rimasto com’era, in alto mare.
Allo stato, se un avvocato desidera accelerare la pubblicazione di una sentenza, deve depositare apposita istanza in bollo, spiegando i motivi per i quali non puo’ aspettare i quattro i cinque anni canonici.
La disposizione in tal senso è tristemente apposta alla porta dell’ufficio della attuale dirigente, che pare avere dato il colpo di grazia ad una struttura già in seria difficoltà.
La sezione penale è stata praticamente paralizzata da una serie di azioni sindacali, il personale non solo si è rifiutato di partecipare alle udienze calendarizzate secondo le esigenze di smaltimento del contenzioso, ma ha preteso di stabilire esso stesso il numero di udienze per ciascun giudice (una al mese), motivando che la presenza troppo assidua alle udienza avrebbe reso difficoltoso, o impossibile, lo svolgimento delle ordinarie mansioni di cancelleria: iscrizioni a ruolo, scarico dei rinvii, pubblicazione delle sentenze, rapporti col pubblico.
E’ però successo che alcuni giudici della sezione penale abbiano chiesto di poter pubblicare personalmente sentenze o archiviazioni, ed abbiano trascorso amene mattinate negli uffici della cancelleria, a svolgere un’attività impropria ma indispensabile.
Mentre il personale di cancelleria, non impegnato nelle udienze ormai ridotte al lumicino, e certo non impegnato nel c.d. lavoro di “carico” e scarico” dei fascicoli”, si concede lunghe e rilassanti pause caffè (in gruppi di 6 ed anche 8 persone), si dilunga in telefonate ad amici e/o familiari, si scambia ricette di cucina, od esperienze di viaggio.
Nell’evidente convinzione che l’attività prevalente della categoria nel corso della giornata (o forse l’unica) sia la timbratura del cartellino.
Vi sono stati nel corso degli anni numerosi avvicendamenti tra i vari uffici, ma il vero problema è che non puo’ esservi alcun miglioramento nell’efficienza del lavoro di chi, a qualunque mansione applicato, considera opprimente e lesiva della propria dignità, qualsiasi attività diversa dal guardare insistentemente un muro bianco.
In un Ufficio ormai ridotto a 20 o 25 unità, la forza lavoro sulla quale si puo’ realmente contare pare ormai ridotta a poche unità.
Né le cancellerie civili sono esenti da questo imbarazzante andazzo.
Circa 20 giudici si occupano di cause ordinarie e ricorsi amministrativi, per un carico complessivo di 7/8000 cause all’anno.
L’Ufficio delle iscrizioni a ruolo è stato nella pratica smantellato, con l’applicazione del personale più dinamico in Corte d’Appello, l’abnegazione di singoli che si fanno carico della maggior parte del lavoro, e l’applicazione di soggetti, che variamente ruotano, e che si dedicano alla filosofia dell’iscrizione a ruolo, che comporta un immane dispersione di tempo ed un rendimento minimo.
Non è un caso che per tutta l’estate 2013 sia stato disposto il blocco del deposito dei decreti ingiuntivi (che adesso si ammassano, e sono quindi ugualmente bloccati).
La cancelleria delle cause ordinarie (che constava di una sola addetta, spostata, con un guizzo d’ingegno, alla segreteria, e quindi al prevalente, se non unico servizio del personale non giudicante) è affidata a stagisti in prevalenza minorenni, che gestiscono i fascicoli, le password per la gestione del contenzioso, i computers, distaccati da qualche liceo od istituto professionale.
In questo momento a studenti universitari alla ricerca di crediti.
Personale inesperto, non pagato, né coperto da alcuna forma di previdenza e assicurazione, che supplisce in tutto e per tutto all’attività dei cancellieri per lunghi periodo dell’anno.
Lo stesso accade nella cancelleria dei ricorsi amministrativi, così che il personale di ruolo possa dedicarsi al duro compito di lamentarsi di quanto sia faticoso il proprio lavoro.
Nemmeno l’archivio è sfuggito alla logica dell’improduttività permanente applicata, ed è stato sistemato, dopo anni d’anarchia, da un manipolo di c.d. “asilanti”, anch’essi impegnati a lavorare gratis.
In vista della prossima ispezione programmata dal Ministero della Giustizia (e ci sarà da ridere) pare vi sia un assembramento di stagisti al secondo piano i quali, coordinati da un cassintegrato, si dedicano con abnegazione alla pubblicazione delle sentenze (oltre 13.000) ritardo accumulato prevalentemente negli anni 2009 e 2010, ma mai smaltito nonostante la drastica flessione del lavoro, di circa il 70%.
I soli momenti di frenetica attività si registrano alle riunioni sindacali, il cui unico scopo appare quello di ridurre ulteriormente l’attività delle cancellerie.
E così si è arrivati ad interrompere un pubblico servizio, nella convinzione di esercitare un diritto e nella inconsapevolezza di commettere (come è spesso accaduto) un reato.
E se è vero, come è vero, che l’Italia ha il più gravoso rapporto tra contribuenti e dipendenti della pubblica amministrazione, e se ormai è inutile chiedersi se non si sia creata (un’altra) categoria autoreferente, intoccabile e ingovernabile, il cui contributo al buon andamento della cosa pubblica è solo eventuale e lasciato alla discrezionalità del singolo (nel senso che solo sparute unità mostrano nello svolgimento del proprio lavoro segni di competenza e volonterosità), c’è da chiedersi se non sia ora di violare il tabù della non licenzi abilità del dipendente pubblico, svuotare gli uffici, e dare nuove possibilità ai tanti disoccupati che, proprio perché l’hanno perso, non per loro colpa, danno al lavoro il giusto peso e valore.”(fonte:qelsiquotidiano.it)



