IMMIGRAZIONE: RICERCA CGIL, OLTRE 1,2 MILIONI IN AREA DI SOFFERENZA

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” Oltre un milione e duecentomila lavoratori immigrati vivono nell’area della sofferenza e del disagio occupazionale per effetto della crisi che si è abbattuta con violenza sul loro lavoro e, più in generale, sulla loro vita. Una condizione estremamente difficile che tenta quasi un immigrato su due ad affrontare una nuova migrazione. Sono i dati che emergono da una ricerca promossa dall’Associazione Trentin-Isf-Ires e dalla Cgil Nazionale, dal titolo “Qualità del lavoro e impatto della crisi tra i lavoratori immigrati”, presentata in corso d’Italia.

Uno studio che da un lato calcola la platea di lavoratori immigrati ‘parcheggiati’ in quell’area definita della sofferenza (ovvero quella fetta di popolazione in età da lavoro formata da disoccupati, scoraggiati disponibili e cassintegrati) e nell’area del ‘disagio occupazionale (coloro che invece hanno un’occupazione a termine perché non hanno trovato un lavoro a tempo indeterminato e dai part timer involontari); e dall’altro riporta i risultati di un’indagine, condotta su oltre mille migranti intervistati, per conoscere gli effetti della crisi, sia sul piano lavorativo che su quello legato alla vita sociale e ai processi d’integrazione.

Una ricerca che, come affermato dal segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, nel suo intervento, “mette il dito in una delle piaghe della condizione sociale nel nostro Paese. I lavoratori e le lavoratrici migranti pagano gli effetti della crisi in maniera pesante: sono più disoccupati, più sottopagati e sfruttati, più irregolari”. Così sulla stessa linea l’intervento del presidente dell’Associazione Trentin, Fulvio Fammoni, secondo il quale “peggiorano sensibilmente nella crisi le condizioni in cui versano i lavoratori migranti”.

Area sofferenza e disagio occupazionale dei lavoratori immigrati

Il quadro di riferimento vede i lavoratori immigrati rappresentare il 10,2% del totale degli occupati (secondo i dati Istat relativi alla media delle forze di lavoro del 2012) e si concentrano soprattutto in alcuni settori, come i servizi collettivi e alla persona (37,4%) e le costruzioni (18,9%). La ricerca Trentin-Isf-Ires e Cgil riporta che tra il 2011 e il 2012, con il protrarsi della crisi economica, il tasso di occupazione degli stranieri è diminuito del -1,7%, il tasso di attività è rimasto sostanzialmente invariato, mentre quello di disoccupazione è aumentato del +2%, passando dal 12,1% del 2011 al 14,1% del 2012.

Dato il contesto lo studio misura la consistenza reale del non lavoro, contando gli esclusi dal mondo del lavoro attraverso l’area della sofferenza. Nello specifico gli immigrati in ‘sofferenza’ sono oltre 527 mila (13,7%) e gli italiani quasi 3 milioni e 800 mila (10,6%). Rispetto al 2011 i primi sono cresciuti di 101 mila unità (con una variazione percentuale del +23,7%) e i secondi di 670 mila (+21,4%). Accanto alla sofferenza di chi non lavora, è stato anche considerato il disagio di chi lavora sotto condizioni diverse da quelle auspicate, ovvero l’area del ‘disagio occupazionale’. In termini di valore assoluto gli immigrati in età da lavoro in ‘disagio’ sono oltre 706 mila (18,4%) e rispetto all’anno precedente sono cresciuti di 90 mila unità (+14,5%.) mentre gli autoctoni sono oltre 3 milioni e 400 mila (9,5%) e sono aumentati di 220 mila unità (+6,9%).

Numeri che secondo Lamonica ci dimostrano come “la presenza dei lavoratori migranti in Italia sia diventata negli anni un fenomeno assolutamente strutturale che ha coperto alcune delle domande del nostro sistema produttivo e di welfare, basti pensare alla grande presenza del lavoro domestico e di cura, così come ha contribuito al finanziamento del nostro sistema fiscale e di protezione sociale avendo in cambio molto poco in termini di diritti e tutele”.

Indagine sugli effetti della crisi per i lavoratori immigrati

Condotta su oltre 1.000 persone migranti individuate in dieci regioni italiane tra Nord, Centro e Sud, l’indagine ricostruisce gli effetti della crisi sul lavoro e sulla loro vita. Nel dettaglio emerge che per l’85% degli intervistati la crisi ha apportato dei peggioramenti nella condizione lavorativa. La risposta più frequente alla domanda ‘quali sono stati gli effetti della crisi sul tuo lavoro?’ è stata infatti che le retribuzioni si sono abbassate (31,5%), immediatamente dopo che sono diminuite le giornate di lavoro (25,5%). Ma se da una parte il lavoro sta diventando meno retribuito e più discontinuo, dall’altra le condizioni di lavoro si fanno più rischiose (19,1%) e gli orari più lunghi (22,2%). Inoltre una parte degli intervistati sente che la crisi sta provocando una più generale perdita dei diritti (12,8%) mentre aumenta il ricorso al lavoro irregolare (12,1%).

Oltre il tema lavoro però la crisi incide su molteplici aspetti della vita dei migranti. Il 94% degli intervistati ha infatti dichiarato che la crisi ha portato dei cambiamenti nel loro modo di vivere, come la riduzione dei consumi (62,3%) e il bisogno di chiedere un prestito (14%). Cambia di conseguenza il ‘progetto migratorio’. Alla domanda, infatti, ‘vista la condizione attuale, pensi di dover emigrare ancora?’, hanno risposto in maniera affermativa il 45,6% degli intervistati. Quasi un immigrato su due, dunque, pensa di dover affrontare una nuova migrazione. Preso atto dello stato in cui versano gli immigrati, le prospettive non sembrano essere migliori. Solo il 2,3% degli intervistati ha dichiarato che non è spaventato dalla crisi, vittime della grande paura di perdere o non trovare lavoro (80%). Numeri che mettono da parte il tema dei diritti e dell’integrazione. Circa il 10% delle risposte riguarda il timore di diventare più ricattabili e quindi far valer meno i propri diritti, così come poco meno del 10% delle risposte indicano il timore di una recrudescenza del razzismo o della xenofobia.

Ed è stato Fulvio Fammoni a dare una lettura critica della ricerca nel corso del suo intervento: “Questi dati non solo sono gravi e significativi per quanto riguarda la condizione dei migranti – ha detto – ma anche perché in controluce mostrano un sistema produttivo arretrato. Senza contare come questa ‘emorragia’ incida negativamente sul livello generale dei consumi”. Ma guardando oltre la fotografia della situazione, così come emerge dalla ricerca della Cgil, la via d’uscita secondo Lamonica da questo “scivolamento inesorabile verso ulteriore povertà” va individuata attraverso “politiche generali che affrontino davvero il tema del lavoro e dell’occupazione e la necessità di avviare una riflessione generale su come intervenire anche dal punto di vista normativo per impedire che cresca ulteriormente il campo dell’economia sommersa e che gli effetti della crisi – ha concluso Lamonica – ci consegnino un paese privo di ogni speranza di futuro positivo”.(fonte:agenparl.it))

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