
Pubblichiamo un articolo apparso nel sito rinascita.eu sull’esito del ricorso della Shalabayeva avverso il decreto di espulsione della Prefettura di Roma ,provvedimento sotteso alla richiesta di convalida del trattenimento presso il cie di Ponte Galeria, e ci riserviamo di commentarlo successivamente in quanto l’articolo non rispecchia la valutazione di UDgdp che è contenuta nel comunicato già pubblicato nel sito.
“Il giudice di pace di Roma ha deciso di non prendere nessuna decisione in merito al provvedimento che ha causato l’espulsione dal territorio italiano di Alma Shalabayeva e di sua figlia.
La revoca avrebbe infatti cancellato i presupposti per valutare un’eventuale illegittimità dell’atto. Per il giudice onorario incaricato di trattare la causa è cessata la materia del contendere.
Una decisione in grado di scatenare nuove reazioni in punta di diritto.
“Secondo noi la materia del contendere non è cessata, perché la revoca dell’espulsione di Alma Shalabayeva è stata fatta in una certa data e non copre tutte le illegittimità pregresse”, hanno spiegato i legali della donna kazaka al termine dell’udienza.
“Nonostante la nostra richiesta, il giudice ha valutato che invece non ci sarebbero i presupposti per valutare l’illegittimità dell’espulsione precedente alla sua revoca – hanno rimarcato gli avvocati Vincenzo Cerulli Irelli e Riccardo Olivo – Secondo noi, invece, l’espulsione ha comunque portato ad una serie di conseguenze. Per noi il provvedimento originario, quindi, resta in piedi”.
La questione resta quindi apertissima; presto ci potrebbe essere uno strascico di fronte alla Cassazione.
Con la decisione assunta ieri, la prefettura di Roma è stata comunque condannata a pagare le spese di giustizia quantificate in mille euro. L’intero caso potrebbe essere arricchito da nuovi particolari relativi agli attimi susseguenti al convulso blitz di Casal Palocco.
Azione di polizia in cui non si è ancora capito se fossero presenti solo uomini della questura e del Viminale o se invece, come sembra, sia da registrare la presenza di uomini legati a servizi stranieri stranieri, su tutti quelli di Tel Aviv.
Dal canto loro, i nostri Servizi continuano a declinare ogni tipo di coinvolgimento e responsabilità.
Un disimpegno che torna utile ad Enrico Letta, responsabile della vigilanza sul loro operato.
Il 31 maggio scorso, mentre Alma Shalabayeva era già stata portata all’aeroporto di Ciampino per il rimpatrio, i suoi avvocati chiesero che fosse interrogata per motivi urgenti.
L’istanza fu depositata nell’ufficio del pubblico ministero, ma tre ore dopo la donna era già in volo verso Astana a bordo del jet privato.
Trasferimento considerato “sequestro di persona” dalla magistratura austriaca, chiamata a giudicare la condotta del comandante dell’aereo noleggiato dalle autorità della Repubblica ex-sovietica.
Tutto mentre la Repubblica Centrafricana continua a sottolineare la piena conformità del passaporto diplomatico rilasciato alla Shalabayeva, titolo invece classificato come contraffatto dalla Polizia italiana.
Nonostante fossero intercorse delle interlocuzioni tra gli inquirenti italiani e la rappresentanza diplomatica del Paese africano presente in Svizzera.
Passaggi poco chiari che finiscono per aggravare la posizione del Viminale.
Si deve ancora spiegare se è prassi consentire ad ambasciatori e personale diplomatico straniero di vagare per gl uffici del Ministero e – addirittura – suggerire ai massimi vertici delle Forze dell’ordine come operare.
Questo aspetto della questione non ha nulla a che vedere con il ruolo dell’ex ministro del Kazakistan diventato dissidente e considerato colpevole di aver sottratto miliardi di euro da alcuni istituti di credito del Paese asiatico.
Arresti, fermi ed indagini devono essere svolti secondo il dettato della normativa vigente. Perfino chi è colto in flagranza ha diritto a delle garanzie, anche chi è ristretto in carcere non può essere trattato come, o peggio, di una cosa.
Il rimpatrio forzato della Shalabayeva è in grado di entrare in contrasto con tantissime disposizioni di legge, così come denunciato da parlamentari, avvocati ed associazioni di attivisti.
Non devono rilevare le accuse rivolte a suo marito in Kazakistan o di fronte alla magistratura britannica.
I processi penali incardinati in altri ordinamenti non sono in grado di piegare la normativa italiana in materia di immigrazione clandestina o concessione di asilo politico.
Alfano, Bonino e Letta non possono far passare tutto in cavalleria.
Il Paese e le Camere meritano dei chiarimenti. Non dimentichiamo che alcune interrogazioni furono depositate subito dopo la “rendition” delle due donne.
Il Governo non si sentì in dovere di spiegare ai firmatari.
Qualcuno ritiene che il trascorrere del tempo sia servito a meglio organizzare la “strategia difensiva” del Viminale.(fonte:rinascita.eu)



