
“La drastica riduzione del tempo di attesa – ha detto il viceministro dell’Interno Bubbico – rappresenta un impegno fondamentale, non prorogabile”. Le resistenze del ministro Alfano si sarebbero attenuate. Da risolvere ancora il problema della promiscuità tra chi è immigrato dopo aver commesso reati e chi fugge per disperazione e chiede asilo
Il Governo ha finora impedito di mettere all’ordine del giorno la revisione dei tempi di permanenza dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), teatro di rivolte, scioperi della fame e proteste, come quella degli ospiti della struttura di Ponte Galeria che si sono cuciti la bocca. E proprio a loro oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è rivolto con una lettera in cui invita ad “un’attenta riflessione sui tempi di permanenza nei Cie”.
Al Viminale, il viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, è al lavoro su un provvedimento che li porta dagli attuali 18 a due mesi. “La drastica riduzione del tempo di permanenza – ha sottolineato Bubbico – rappresenta un impegno fondamentale, non prorogabile”. In Italia sono 11 i Cie, con una capienza complessiva di 1.791 posti, ma diversi sono chiusi per danneggiamenti ed in molti di quelli aperti sono in corso lavori di ristrutturazione. L’effettiva capienza è quindi di 842 posti.
60 giorni bastano per identificarli. Lo scorso primo gennaio un gruppo di migranti del Cie di Ponte Galeria aveva scritto al capo dello Stato chiedendogli di attivarsi per un cambiamento delle norme sull’immigrazione. Oggi è stato il senatore del Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, a portare nel Centro la risposta di Napolitano. Il presidente, ha spiegato Manconi, “ha evocato un punto cruciale, la riduzione dei tempi di permanenza nei Cie, che secondo noi vanno portati dagli attuali 18 mesi a 2 mesi, quanto basta per identificare un immigrato. In questi mesi abbiamo riscontrato un orientamento ampio del governo e del Parlamento a favore della riduzione dei tempi di permanenza, ma gli effetti pratici tardano a venire”.
Le resistenze di ministro Alfano si attenuano. E su una bozza di provvedimento (ancora da decidere se sarà un decreto o un disegno di legge) che fissa a due mesi la permanenza sta spingendo Bubbico. Confronti ci sono stati con l’Ufficio legislativo del Viminale. Le resistenze del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sembrerebbero essersi attenuate. La misura, dunque, potrebbe approdare in tempi brevi in Consiglio dei ministri. E darebbe respiro a strutture che si sono rivelate spesso incubatrici di violenza. Statisticamente, peraltro, è stato accertato che se i migranti non vengono identificati nei primi due mesi di permanenza nei Cie, è difficile che possano esserlo successivamente.
Abolire la promiscuità. Bubbico ha messo in evidenza un altro aspetto critico. “In queste strutture – ha osservato – c’è spesso promiscuità, perché finiscono insieme persone che hanno compiuto reati e persone disperate costrette dalla necessità ad abbandonare i loro Paesi. Bisogna cercare di tutelare ognuna di loro, tenendo conto anche delle diverse esperienze e profili personali”. Il viceministro punta anche ad “un prolungamento dei tempi di scadenza del permesso di soggiorno. Con la crisi economica molte persone che hanno lavorato in Italia rischiano di finire in clandestinità”. Su questo punto, però, al momento sembra più difficile trovare l’accordo politico con Alfano.
La lettera del presidente Napolitano. “Ci ha dato da sperare il messaggio del Presidente e ci ha sollevato un pò il morale – ha detto uno degli ospiti di Ponte Galeria – perchè i tempi di permanenza nei Cie sono disumani è l’attesa è davvero snervante”. Lui si chiama Assad Jelassad, tunisino di 40 anni, ospite della struttura da 2 mesi, in Italia da 22 anni. “Sono tempi rubati inutilmente alle nostre vite – aggiunge Assad, che racconta di essere finito nel Cie perchè trovato senza documenti – in passato ho commesso degli errori e in base alla legge Bossi-Fini non posso riavere il permesso di soggiorno. Ma qui dentro ci sono tanti che non hanno mai commesso reati, come i 13 venuti in barcone dalla Libia per scappare dalla guerra e che si sono ritrovati imprigionati senza sapere perchè”.
L’efficacia ottenuta nel cucire la bocca. Jelassad nel corso delle proteste al Cie di Roma delle scorse settimane ha fatto da portavoce – racconta – perchè parla perfettamente italiano. “Non c’è protesta più clamorosa che cucirsi la bocca per chi non parla la vostra lingua e non ha voce – dice -. Non dormo la notte per le storie che ho sentito qui e anche gli operatori della cooperativa Auxilium, che ci aiutano in tutti i modi, quando tornano a casa ricordano ciò che hanno visto”. “E’ questa la democrazia? E’ questa la libertà – conclude il tunisino -. Tante belle parole che stanno perdendo significato. Ora speriamo che con le parole di Napolitano succeda qualcosa.”(fonte:repubblica.it)



