ll caso kazako dell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva non è chiuso.

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Nel pubblicare un articolo recente sul famoso caso dell’espulsione di Alma Shalabayeva non possiamo che ritenere giuste le azioni della Commissione Diritti Umani del Senato della Repubblica nonchè del presidente del tribunale di Roma ,della collega giudice di pace e della Procura della Repubblica di Roma che sta indagando sui particolari della vicenda che Unità Democratica giudici di pace ritiene anomala e si augura che resti unica in Italia….

” Rimasto «in sonno» in agosto, vuoi perché i riflettori erano tutti puntati sulla sezione feriale della Cassazione impegnata nel processo Mediaset, vuoi perché l’attività d’inchiesta in estate rallenta, il pasticcio kazako dell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva non è chiuso.

Tutt’altro. Sono ancora molti gli interrogativi aperti. Per quale motivo la donna, moglie dell’ex banchiere e dissidente politico kazako Mukthar Ablyazov, fu espulsa in fretta e furia dall’Italia, il 31 maggio scorso? Ed è vero – come ha sostenuto il presidente del tribunale di Roma, Mario Bresciano, in una relazione acquisita agli atti della procura di Roma – che la giudice di pace che diede il via libera al rimpatrio sarebbe stata tratta in errore dalla Questura, che non avrebbe fornito la documentazione necessaria a chiarire la posizione della donna? Gli accertamenti della procura riprenderanno a metà mese, quando il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio si ripopolerà. Nel frattempo, un segnale di rinnovata attenzione viene dalla politica: l’11 settembre una delegazione della Commissione diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, partirà alla volta Astana.

MISSIONE PARLAMENTARE
Cinque senatori – Ciro Falanga del Pdl, Peppe De Cristoforo di Sel, Emma Fattorini del Pd, Manuela Serra del Movimento 5 Stelle e Lucio Romano di Scelta civica – incontreranno la Shalabayeva che ha chiesto, con un’istanza firmata dall’avvocato Riccardo Olivo, di poter tornare in Italia. «L’obiettivo della missione in Kazakistan – spiega Manconi – è verificare se la donna, assieme a sua figlia, abbia effettivamente la possibilità di muoversi anche al di fuori del Paese e scegliere dove vivere».

L’INCHIESTA
Una verifica ovviamente differente da quella avviata dalla procura di Roma, che dovrà accertare se ci siano stati intoppi nel passaggio di informazioni tra la Questura con a capo Fulvio Della Rocca e il giudice di pace Stefania Lavore, che firmò la convalida del trattenimento nel Cie di Ponte Galeria per Alma Shalabayeva. Secondo il presidente del Tribunale di Roma, Bresciano, il giudice di pace avrebbe firmato non sapendo che la donna fermata col documento intestato ad Alma Ayan fosse Alma Shalabayeva e che avesse dunque documenti validi per rimanere in Italia. Una circostanza che la donna non riferì nel corso dell’udienza, ma che era deducibile da alcuni documenti in possesso della Questura. Alla donna era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico in Gran Bretagna ed era in possesso di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Repubblica Lettone (quindi in area Schengen) valido fino al prossimo 6 ottobre. Tutti documenti, questi, emersi a seguito dell’istruttoria avviata dal capo della polizia Alessandro Pansa. Negli atti è dimostrato che già il 28 di maggio le autorità italiane avevano ricevuto un primo documento dal Kazakistan in cui si specificava che nella casa romana di Ablyazov si trovava anche la moglie, Alma Shalabayeva. Dunque, l’elemento era noto alcuni giorni prima dell’udienza di convalida al Cie, avvenuta, invece, il 31 maggio e addirittura prima che partisse il blitz nella villa di Casal Palocco, nella notte tra il 28 e il 29 maggio. Per i chiarimenti sarà necessario attendere la convocazione in procura dei protagonisti della vicenda.”(fonte:ilmessaggero.it)

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